sabato 2 febbraio 2013

Prendetevi le vostre responsabilità, c....!



Capitano Schettino: Ma si rende conto che qui è buio e che non si vede niente?

L'ex ex Presidente del Consiglio dice che il suo Governo ha attuato (quasi) tutto il programma che aveva annunciato nel Contratto con gli Italiani, come attestato anche dall'Università di Siena (!). La riforma dell'Università, per esempio, l'ha fatta. La famosa Riforma Gelmini! La quale ha fatto seguito alle riforme precedenti che, a partire dal 1998, sulla base del cosiddetto "Processo di Bologna" (iniziato nel 1999) e sulla base degli obbiettivi della "Conferenza di Lisbona" (2000)  hanno rimodellato la nostra Università su paradigmi e standard internazionali. Ricordo gli obbiettivi che l'Europa aveva fissato per cercare di trasformare l'Europa nella "economica basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale" entro il 2010 (l'enfasi retorica non manca ai nostri rappresentanti in Europa né alle burocrazie di Bruxelles). Tra questi obbiettivi vi era aumentare sensibilmente la percentuale dei giovani che conseguivano un livello di istruzione superiore (laureati), migliorare il rapporto tra Università e mondo del lavoro, aumentare la mobilità europea di studenti e professori, ovviamente elevare anche la qualità degli studi e della formazione (quelli che pomposamente sono stati chiamati learning outcome cioè i risultati in termini di apprendimento. Inoltre era evidentemente necessario modernizzare tutto il sistema della ricerca e della formazione e partecipare alla competizione internazionale della nuova produzione della conoscenza, sia formando e selezionando un personale adeguato, sia sviluppando centri di eccellenza, sia, cosa che è indispensabile se si vuole raggiungere i due punti precedenti, partecipando ai flussi internazionali della conoscenza. Se i nostri governanti fossero sfiorati dall'idea che devono dar conto delle loro politiche e delle loro azioni, come qualsiasi uomini d'onore, dovrebbero confrontarsi con i dati dei risultati di più di dieci anni di cambiamenti e invece di inorgoglirsi per le riforme fatte dovrebbero vergognarsene, che so, chiedere scusa, spiegare dove e perché hanno sbagliato, cosa hanno imparato dai loro errori, insomma, assumersi delle responsabilità. Non dovrebbero nascondersi dietro l'alibi della crisi, visto che la necessità di migliorare il sistema dell'Istruzione Superiore (non solo l'Università, ci sarebbero anche le rovine del sistema di formazione professionale da spiegare), mirava proprio a rafforzare la capacità delle società europee  far fronte alla concorrenza internazionale (Stati Uniti, Cina, India, ma anche Nuova Zelanda, Brasile, Sud Africa....) e quindi accrescere la sua resilienza della società (non solo dell'economia) di fronte ai colpi della crisi.
In termini quantitativi l'Italia, che era già tra agli ultimi posti per percentuale di laureati, è scesa ulteriormente.  Gli atenei italiani sono precipitati nelle graduatorie internazionali a livelli mortificanti, la percentuale di studenti fuoricorso o che abbandona gli studi è rimasta ai livelli scandalosi di prima (un terzo solo si laurea in corso) malgrado la famosa riforma del 3 + 2, i premi per chi si laurea in tempo e l'introduzione del numero chiuse in molte facoltà, mirassero ad abbattere questa triste anomalia tutta italiana. I dati, particolarmente quelli del numero di immatricolati e dei laureati, sono ancora più gravi se si tiene in conto che molti nuovi immatricolati alle lauree triennali sono iscritti ai corsi di laurea tecnici (per esempio infermieri e fisioterapisti) che ora obbligatoriamente devono conseguire il titolo per poter esercitare la professione e che oltre 14.000 studenti sono iscritti alle  università telematiche spuntate come funghi (11) sotto i Ministri Moratti e Germini (e 2.000 si sono laureati in queste università). Quindi alla diminuzione quantitativa dei laureati si è aggiunta la svalutazione qualitativa delle lauree e della formazione universitaria legata a una privatizzazione selvaggia.
Salvo rari casi, inoltre, il rapporto tra mondo accademico e mondo del lavoro e delle professioni non solo non si è sviluppato, ma probabilmente si è ulteriormente allontanato e deteriorato. Il tessuto che connette i luoghi di formazione della conoscenza e dell'innovazione si è andato slabbrando e i buchi  sono diventati sempre più vistosi, come sotto l'effetto del morbo della encefalopatia spungiforme bovina (mucca pazza).
Insomma, se stiamo ai dati, i risultati di quasi quindici anni di riforme sono un completo fallimento. C'è veramente poco di cui vantarsi. Si aggiunga a tutto ciò il deterioramento del clima all'interno dell'Università, la continua rincorsa a rientrare in parametri ogni volta più cervellotici e penalizzanti che dovrebbero orientare il cambiamento, i tagli delle risorse e la riduzione di tutte le opportunità che lo sviluppo scientifico e tecnologico mettono a disposizione della ricerca a livello internazionale, la continua riduzione degli stipendi e l'aumento incredibile del carico di lavoro (didattica frontale, impegno nel governo dei numerosi nuovi organi di governo e in adempimenti sempre più pressanti e numerosi) a spese della ricerca, le carriere costose e distorte, e infine i costi crescenti sopportati da famiglie e studenti per mantenersi agli studi superiori (penso anche ai  costi che deve sopportare uno studente fuori sede, non solo alle tasse universitarie). E in tutto questo, il moltiplicarsi a cascata di effetti non previsti e perversi che invece di migliorare stanno distruggendo il nostro patrimonio universitario, fanno sparire discipline intere, affossando il suo ruolo nella formazione dei cittadini e dei lavoratori senza gettare le basi di un sistema moderno di ricerca e formazione superiore.
La responsabilità ce l'hanno anche i professori universitari, probabilmente, oltre alle professioni e al mondo del lavoro, ma in un sistema centralizzato come quello italiano (malgrado l'autonomia universitaria) la responsabilità principale ce l'hanno coloro che hanno governato in modo sempre più centralistico questo sistema e i tecnici di cui si sono contornati e che hanno "calato", o tradotto in pratica, in Italia le linee di cambiamento e le direttive europee.
Una delle caratteristiche del nuovo sistema è stata quella di aver moltiplicato i meccanismi di valutazione all'interno del sistema. Formalmente, il "sistema" è diventato molto più "responsabile" e trasparente, capace quindi di combattere gli abusi, gli opportunismi, i parassitismi. Ma quale sistema di responsabilità è stato messo a punto per i tecnici e i politici che gestiscono il sistema nel suo complesso, quelli che cioè sono responsabili della responsiveness del sistema, cioè della sua capacità di darsi degli obbiettivi, di perseguirli, di tradurre le politiche in azioni efficaci,  insomma di realizzare la governance del sistema? Possono essere responsabili solo coloro che devono rimediare ai danni delle riforme?
Questo post può sembrare un po' troppo "caldo" rispetto allo stile del blog  ed effettivamente riflette il fatto che mi ritengo una persona "informata dei fatti", che ha creduto agli obbiettivi delle riforme, alla possibilità di migliorare un sistema che indubbiamente era diventato inadeguato, perdeva colpi, aveva perso riflessività e capacità di reazione, si era provincializzato. Una volta un tecnico del Ministero della Pubblica Istruzione mi disse, a proposito delle riforme nella Scuola, che esse erano come un intervento chirurgico a cuore aperto, perché il sistema non può fermarsi per aspettare che i cambiamenti siano pronti. I cambiamenti devono inserirsi nei tempi lunghi di trasformazione di un sistema complesso e delicatissimo e questo richiede ai riformatori capacità particolari e una conoscenza approfondita del sistema e degli effetti che provoca ogni circolare, ogni decreto, ogni norma. Questa espressione "intervento chirurgico a cuore aperto" mi è venuta in mente molte volte in questi anni a proposito anche dell'Università, tenendo conto che il sistema Universitario è ancora più complesso, in parte perché  riguarda non solo la formazione e l'insegnamento ma anche la ricerca, e quindi la riproduzione e lo sviluppo di quelle architetture della conoscenza che sono le discipline, le strutture stesse della formazione della conoscenza scientifica, in parte perché più esposto alla rapidità dei cambiamenti e all'internazionalizzazione dei processi di produzione della conoscenza. Governare un sistema di tale complessità nel mare agitato della globalizzazione è molto difficile e si possono commettere errori, non si può fare per decreto ma accrescendo la capacità di reazione spontanea, ma siamo sicuri che in conseguenza di queste misure il sistema non ha perso la sua capacità di reazione, siamo sicuri, visto che siamo finiti sugli scogli, che i comandanti erano all'altezza e si sono contornati di aiutanti in grado di prevedere l'effetto delle decisioni che prendevano, hanno essi hanno l'onestà di ammettere le loro responsabilità invece di dare le colpe agli altri con spiegazioni più o meno sociologiche e come il Capitano Schettino dichiarare che non possono tornare a bordo perché "è buio" e una lancia gli si è messa di traverso?









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