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domenica 8 luglio 2012

Ubuntu

Canto di protesta in lingua Bantu contro l'apartheid. E' parte della colonna sonora di In My Country, il film che prende spunto dalla Commissione sulla Verità e Riconciliazione del Sud Africa. Canta Princess Soi-Soi Gqeza (il tema sviluppa il senso drammatico del per-donare, coniugato con quella della giustizia e con il concetto di ubuntu







Tutu così spiegò il termine zulù  Ubuntu:
One of the sayings in our country is Ubuntu – the essence of being human. Ubuntu speaks particularly about the fact that you can't exist as a human being in isolation. It speaks about our interconnectedness. You can't be human all by yourself, and when you have this quality – Ubuntu – you are known for your generosity. We think of ourselves far too frequently as just individuals, separated from one another, whereas you are connected and what you do affects the whole World. When you do well, it spreads out; it is for the whole of humanity.
Nelson Mandela così spiegò il termine di Ubuntu
A traveller through a country would stop at a village and he didn't have to ask for food or for water. Once he stops, the people give him food, entertain him. That is one aspect of Ubuntu, but it will have various aspects. Ubuntu does not mean that people should not enrich themselves. The question therefore is: Are you going to do so in order to enable the community around you to be able to improve?

Lo stesso concetto lo troviamo in tante altre lingue e filosofie.

lunedì 28 maggio 2012

Responsabilità e connessione

Responsabilità e connessione

Mi sono messo in questa storia della responsabilità e non voglio lasciarla per aria, anche se meriterebbe molto di più di questi appunti di un blog. Continuando il post precedente, si fa presto a dire comunità.Se la comunità non è ascritta (non sono le famose radici) ma devo costruirla come faccio? Anche qui negli Stati Uniti naturamente è un problema. Ma mi colpisce la differenza di concetti. Quale è la differenza tra quartiere e nearbohood, tra community e territorio, tra citizenship e cittadinanza e come queste sfumature danno luogo a diverse istituzioni della responsabilità? Idem per la parola covenant, patto. Uno dei principi base della responsabilità giuridica è "pacta sunt servanda". I patti vanno rispettati, è il fondamento della responsabilità contrattuale, una volta bastava la stretta di mano (all'interno di circuiti di visibilità dove non potevi rovinarti la faccia). La responsabilità reciproca  è la base della fiducia reciproca. Anche di questa ce ne troviamo poca in Italia e lo smottamento viene giù, giù. Poiché ci aspettiamo che gli altri non sono responsabili anche noi tendiamo ad essere poco reponsabili. Ecchésofesso? Da chi ha più potere a chi ne ha di meno a chi non ce l'ha, dai vecchi a chi ha mezz'età ai giovani...o viceversa. In questo modo la connessione sociale si scardina e il controllo sociale richede sempre più burocrazia, imposta o "volontaria" e questo crea sempre meno responsabilità. L'affidabilità diventa un attributo dei sistemi  presunto, spesso iporita, non delle persone. Delle persone non ci si fida più ma non perché ci aspettiamo che siano malvage ma perché pensiamo che sono "leggere" (liquide?). La responsabilità è forza di gravità, che resiste alla corrente. Dovremmo ritrovarla, ma come, se tutto scorre e la nostra capacità di sopravvivenza si basa sul surfing? In questa situazione, privati della responsablità, la responsabilità diventa senso di colpa, responsabilità per cose di cui non abbiamo colpa, responsabilità senza potere, frustrazione, angoscia, ansia. E' possibile costruire una responsabilità basata sull'empowerment?  Credo che la strada maestra sia la consapevolezza della connessione. Potremmo chiamarla una responsabilità ecologica (non solo come responsabilità verso l'ambiente, che ne è una parte,  ma come responsabilità sistemica. Da anni di questo si parla ma perhé si crei una mutazione genetica della civiltà e della cultura di questa portata ci vuole del tempo.... purché non avvenga fuori tempo (massimo). Avevo promesso una nuova colonna sonora e mi affido di nuovo a Tony Scott: Is Not All One?
http://www.youtube.com/watch?v=8QUwnJHx0EM

"Tutta la vita è parte di una complessa relazione in cui ciascuno è dipendente dagli altri, prende dagli altri, da agi altri, e vive con tutto il resto" (Jacquest-Yves Cousteau). Questo cartello è all'entrata dell'Exploratorium, il laboratorio di scienza, arte e tecnologia di San Francusto fondato da Frank Oppeheimer.   La responsabilità ecologica si basa sulla scienza della vita, non sulla scienza del diritto o delle istituzioni, si  basa sull'idea della inter-connessione non su quella del controllo e del potere, si basa sulla qualità intrinseca e non sulla forma esteriore. Nella responsabilità ecologica si fondono la scienza e l'arte, l'etica e l'estetica, la cultura e la natura. Wahuuu!
Troppo forte, non è vero? Forse è meglio dire che la RE (responsabilità ecologica) apre la strada perché scienza e arte ecc. ecc. si fondano?  Ci devo lavorare ancora.
Ho trovato un riferimento bibliogafico "fresco fresco" (per me, avendolo scoperto l'altro giorno nella libreria COOP di Harvard Squar':

N. A. Christakis, J. H. Fowler, Connected, Little, Brown and Company, New York, 2009.
Christakis spiega il concetto http://www.connectedthebook.com/ con intervento you Tube in TED e su internert si trovano diversi link  Christakis e al suo studio sulla forza e la ampiezza di propagazione delle interconnessioni che esistono tra le persone. Ciò rimanda al principo buddista che "siamo responsabili dei nostri pesieri" come una via di consapevolezza e nello stesso tempo di empowerment, perché essere responsabili significa essere consapevoli del potere che ognuno di noi ha sull'ambiente. Stavo scrivendo "sul proprio ambiente": vedi  come è facile dire "proprio" e in questo modo inquinare l'ambiente?