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lunedì 23 settembre 2013

I topi di Glorenza

Il processo ai topi di Glorenza


Scorcio di Glorenza (Foto Franziscus, Agosto 2013)


Fine d'estate, è tempo di bilanci: quante cose nuove ho imparato, quanti luoghi nuovi ho visto, quante persone ho conosciuto, quante storie ho incrociato? Come sono cambiato?
Una delle storie che ho conosciuto e con cui voglio riprendere i post del blog dopo la pausa estiva è quella del processo ai topi di Glorenza.
Cosa è Glorenza, innanzi tutto? Oggi è una importante attrazione turistica della Val Venosta, 
vicino all'imbocco della strada che sale allo Stelvio dalla Val Venosta, appunto, perché rappresenta in modo perfettamente conservato un esempio di borgo medievale più unico che raro. Non è dell'interessante storia di Glorenza però che voglio parlare in questo post, salvo ricordare che il suo sviluppo si dovette in buona misura al trasferimento (a metà circa del 1400) entro le sue mura del tribunale civile, che prima era a Malles. E' proprio di un processo che  voglio parlare, che non è affidato solo alla leggenda ma è proprio consegnato ad atti e scritture che possono essere consultati (purtroppo io non lo ho potuto fare personalmente quindi mi baso sulle informazioni che circolano a godimento dei turisti e dei curiosi).

Il 21 ottobre 1519 certo Simone Fliess di Stelvio, in rappresentanza dei suoi compaesani, sporse querela presso tribunale di Glorenza contro i topi che in gran numero "arrecavano evidenti danni ingenti alla campagna" e contro i quali non si sapeva più cosa fare. Già c’era poco da mangiare ed ora si aggiungevano anche queste bestie che distruggevano il raccolto "non permettendo nemmeno di poter versare i tributi per Glorenza". Il giudice era Wijhelm Hasslinger. L'oggetto della controversia sembra essere la responsabilità dei topi per il mancato pagamento dei tributi, non potendo la povertà  dei contadini essere addotta a ragione sufficiente, dati i tempi. Il giudice avvia allora un processo vero e proprio contro i roditori sia per stabilire la loro colpevolezza che per sanzionare il loro comportamento e prendere le decisioni del caso. Mi sembra che  l'oggetto dell'accusa ai topi fosse quella di rubare non tanto ai contadini, quanto al signore feudale, un'accusa molto grave quindi in cui si chiedeva che i topi venissero condannati al posto dei contadini. Il processo si svolge regolarmente: il giudice nomina oltre a un avvocato dell'accusa (in rappresentanza della città, tale Minig Schwarz)  un avvocato difensore dei topi, nella persona di Hans Grienenber di Glorenza, cui quindi si riconosce personalità giuridica e conseguentemente il diritto a stare in giudizio. In tal modo si dà soddisfazione ai contadini che appunto indicavano nei topi i responsabili del furto dei beni che avrebbero essere consegnati come tassa feudale e minacciavano, in caso che non fosse riconosciuta tale responsabilità, di abbandonare in massa il paese rompendo il patto feudale, cosa allora non di piccolo conto. La causa, la cui prima udienza si tenne il 26 ottobre 1519 durò sei mesi e mezzo e andò a sentenza il 2 maggio 1520, con numerose udienze in cui si sviscerarono tutti gli aspetti della intricata questione sia dal lato dell'accusa che della difesa. Venne infatti da un lato riconosciuto il danno arrecato dai topi, descritti come animaletti fastidiosi che cronicamente infestavano il paesino di Stelvio danneggiandone gli abitanti soprattutto per quanto riguarda i cereali con cui veniva pagato il tributo (misurato in covoni); fu condannato quindi il loro comportamento e si riconobbe che essi erano meritevoli di una condanna esemplare da parte della città. Nello stesso tempo la difesa riuscì a dimostrare che, d'altra parte, i topi avevano svolto una funzione positiva nell'ecologia del paese, mangiando larve di insetti e concimando la terra. Per cui, se i loro furti ai danni dei contadini (e del feudatario) rimanevano tali, almeno andavano concesse loro delle attenuanti. La sentenza fu salomonica. I topi furono condannati non a morte ma  ad abbandonare il paese, all'esilio quindi, e per consentire l'esecuzione della sentenza fu costruito un ponte sull'Adige. Inoltre il giudice, in riconoscimento dei meriti ecologici dei roditori, ma anche in osservanza delle regole della guerra cavalleresca, immagino, concesse loro il diritto a non subire danni durante l'esodo, e quindi un salvacondotto e una moratoria di 14 giorni perché potessero portare con sé i figli piccoli, oltre ai topi ammalati e le femmine gravide, evitando che fossero assaliti da cani e gatti (che dovevano dunque essere rinchiusi per la durata di tutti i 14 giorni di moratoria). Alla popolazione dei roditori vennero cioè concessi i diritti delle armi, come una guarnigione assediata dopo la resa. In tal modo i topi venivano condannati, i loro diritti riconosciuti e preservati, e anche gli interessi del feudatario erano salvati:.... i contadini non avrebbero potuto più incolpare i topi del mancato pagamento delle imposte perché essi erano stati giuridicamente esiliati.. .con sentenza passata in giudicato.
Questa mia interpretazione del famoso processo dei topi non corrisponde esattamente a quella dei libretti per turisti che invece sottolinea la mitezza della sentenza nei confronti dei topi. Tengo però conto che solo sei anni dopo questa sentenza  una rivolta degli stessi contadini (sempre per la questione dei tributi) venne  soffocata nel sangue, con condanne molto meno miti di quelle comminate ai topi.  Ma anche se la mia interpretazione  in termini politici della sentenza e dello stesso andamento del processo (degna del Mistero Buffo di Dario Fo) potrebbe apparire "di parte", rimane l'interesse giuridico per quel considerare i topi - nemici tradizionali dei contadini, e quindi oggetto di una pessima stampa - che schifo!- che ancora li distingue, in peggio, da criceti e furetti - quel considerare i topi, dicevo, soggetti giuridici, titolari di diritti e parte integrante del sistema ecologico. Il problema che mi pongo è quello della personalità giuridica di entità non umane e quindi della loro possibilità di difendersi in giudizio. Come è bel noto, a certe condizioni, la personalità giuridica non è limitata alla soggettività umana. Qualsiasi società o impresa ha una personalità giuridica, è soggetto di diritto e di doveri, di responsabilità contrattuali, ecc. D'altra parte a molti umani fu negata nel passato una personalità giuridica, come gli indiani d'America o le persone soggette alla schiavitù: derubricati da umani a cose, oggetti, o animali privi dunque di anima. Oggi si pone il problema (l'esigenza) del riconoscimento della personalità giuridica a entità nuove: non solo gli "utenti" e i "consumatori", i malati, che hanno un loro "tribunale", o dove non ce l'hanno hanno studi di avvocati aggressivi o di compagnie assicurative, ma anche gli animali: si pensi alla vivisezione e agli esperimenti di laboratorio su animali, tra cui naturalmente i topi; ma anche alle balene foche e alle specie animali in estinzione, agli alberi e alle foreste più o meno pluviali alle diverse componenti dell'ecosistema, al paesaggio, fino a umani non ancora nati, come le "generazioni future". Quale avvocato d'ufficio avrà l'abilità di Hans Grienber nel tutelare i loro interessi? E i giudici terranno in effettivo riguardo questi diritti e sulla base di quale diritto?  Oppure ricorreranno a giudizi salomonici "pelosi" anche se raffinati, come quello sentenziato da Wijhlem Hasslinger? Ma ancora, il rispetto dei diritti di queste entità è avvertito sempre di più come una nuova frontiera dell'etica e anche dell'economia: i lavoratori diventano stakeholder, alla pari degli azionisti, dei fornitori, dei clienti, alla pari delle generazioni future e del territorio. Penso che si ponga un enorme problema di rappresentanza che riguarda tutta la società civile, non solo  la democrazia politica. La frontiera dell'etica, oltre che del diritto, vacilla di fronte ad una serie di ipocrisie, quali quelle nei confronti delle sofferenze inflitte agli esseri viventi per quelli che potremmo definire facilmente futili motivi (si consideri il bellissimo reportage/saggio di David Foster Wallace "Considera l'aragosta" che ragiona sulle argomentazioni etiche che ci permettono di non considerare il dolore dell'aragosta vero dolore e quindi ci legittimano ad ucciderle immergendole ancor vive nell'acqua bollente: lo scenario è quello della fiera dell'aragosta in una città del Main, dominata da enormi pentoloni fumanti, l'inferno dell'aragosta potremmo dire: arriveremo a parlare delle aragoste come gli stakeholder dei buongustai così come i lavoratori possono essere considerati stakeholder dei capitalisti?)
Insomma, cosa ci insegnano i topi di Glorenza? 






Scorcio di Glorenza (Foto Franziscus Agosto 2013)


giovedì 28 marzo 2013

Movimenti contro e movimenti per




Ragionando di stewardship, ambientalismo, sostenibilità, movimenti contro e di denuncia e movimenti per cambiare, assumendosi le responsabilità dei cambiamenti (dilemma storico della nostra generazione di sinistra portato ai suoi estremi caricaturali e drammatici dal M5S9), Papa Francesco e la sua omelia sulla custodia e la cura, l'influenza dei Quaccheri sulla diffusione dell'idea di stewardship richiamata da Paul Jorion in un suo intervento sulla Stewardship of Finance.....ho trovato questo video (che mi sembra molto bello) diffuso da Al Jazeera sulla storia di Greenpeace, che volentieri allego e diffondo perché si tratta di una storia (indubbiamente di successo) su cui riflettere. Questa storia costituisce un intreccio esemplare della strada compiuta da queste idee nel mondo, partendo dalle battaglie contro i test nucleari e contro la guerra per allargarsi poi alle battaglie storiche contro lo sterminio delle balene e delle foche e poi su tanti altri temi di rilevanza ambientalista e collegate con lo sviluppo sostenibile, che hanno sensibilizzato l'opinione pubblica e così costretto i governi nazionali e le istituzioni internazionali a intervenire contro le lobby e gli interessi in gioco.   E' solo un capitolo del cammino delle nuove idee, ma un capitolo importante anche per tutte le "crisi" e le trasformazioni attraverso le quali questa storia (quaranta anni!) è passata, che possono fornire insegnamenti preziosi.

martedì 19 marzo 2013

Un inno alla stewardship



Il discorso del Papa Francesco è stato tutto dedicato alla cura, alla responsabilità, al potere come servizio: nei confronti degli altri, particolarmente degli ultimi, nei confronti dell'ambiente, nei confronti di noi stessi. E' un intervento tutto in linea con l'enciclica Caritas in Veritas del suo predecessore, ma espressa con una linearità che colpisce come un dardo, con la forza dei simboli e dei gesti. Con questa omelia egli ha posto la stewardship (non usando questo termine, naturalmente, ma quello italiano di custodia) al centro della testimonianza e dell'azione del mondo cattolico e di tutti gli uomini di buona volontà.  Avendo segnalato già in diversi post l'importanza e l'attualità di questa idea ed avendo partecipato alla nascita di una Associazione dedicata alla stewardship (www.stewardship.it), sono felice di condividere le sue parole e invitare tutti i lettori del blog a riflettere sui significati di questo messaggio, che intercetta una domanda che si muove non più soltanto "sottoilpelodellacqua", ma che urge verso un futuro non più dilazionabile. E non è l'unico segnale in questa direzione, per fortuna. Anche per chi non è cattolico, come me, questo richiamo rivoluzionario è attraente e capace di mobilitare le coscienze. 
  

giovedì 31 gennaio 2013

Stewardship contro l'ignavia






Benigni legge l'Inferno III (gli ignavi)

Uno dei principali motivi che mi spinsero fuori della comunità dei credenti e poi della Chiesa e della religione fu che al momento della confessione l'autoerotismo contava di più del non aver fatto quello che era in mio potere per realizzare l'amore. Era in fondo un problema di quantificazione: Figliolo quante volte ti sei toccato? Quante bugie, quante bestemmie, quanti pettegolezzi? Va bene, era più facile trovare un equivalente in pater ave e gloria di penitenza, ma non aver fatto quello che era in mio potere per realizzare l'amore del prossimo era molto meno quantificabile, come si fa a misurarlo? Ora sono diventato più tollerante anche nei confronti dei confessori. La responsabilità nei confronti di me stesso o nei confronti degli altri può essere quantificata, purché i singoli atti siano considerati solo una proxy di un atteggiamento, che è il vero "peccato", cioè la vera responsabilità con cui dobbiamo confrontarci. Ma quali sono gli atti che indicano una mancanza di presa di responsabilità, una mancanza di scelta? 
Sappiamo che l'ignavia è un peccato capitale, ma anche Dante è consapevole del suo carattere sfuggente, tan'è vero che non considera gli ignavi buoni neppure per meritarsi l'inferno.  

« E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: "Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent'è che par nel duol sì vinta?
Ed elli a me: "Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
Mischiate son a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé foro.
Caccianli i cieli per non esser men belli
Né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli".
E io "Maestro ch'è tanto greve
A lor che lamentar li fa sì forte?"
Rispuose: "Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidiosi son d'ogni altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa,
misericordia e giustizia li sdegna;
non ragioniam di lor, ma guarda e passa".
(Dante Alighieri, Inferno III, 31-51)

La pena degli ignavi è quella di dover girare in eterno dietro a un'insegna, una bandiera in perpetuo  veloce movimento, che non riusciranno a raggiungere mai, tormentati continuamente da tafani e api che li pungoleranno in eterno, visto che in vita loro non avevano trovato la forza di pungolarsi da soli. E' questo un peccato che si punisce da sé tant'è vero che non meritano neppure il Giudizio finale (non hanno speranza di morte)? E' un "peccato-condizione" ed è questo che li rende invidiosi di ogni altra sorte? 
Ecco, la stewardship la vedo un po' come una serie di procedure per rendere visibile (a noi stessi innanzi tutto) le responsabilità nascoste anche quantificando con indicatori adeguati un atteggiamento, una cultura, una responsabilità. Qualche volta questi indicatori sono fastidiosi come i tafani e le api che tormentano gli ignavi, ma possiamo usarli come una informazione preziosa per comprendere la nostra responsabilità uscendo fuori della recriminazione autoreferenziale. 

Sono utili anche gli esempi, bisogna essere umili: gli ignavi sono tanti, ma più di quanto sospettiamo sono coloro che scelgono, che si assumono responsabilità, che si impegnano. Il male che fa la TV è di concentrare l'attenzione su una ventina di personaggi e proporci sempre quelli, incartati nella gabbia dei due o tre temi su cui strutturano la loro opposizione dialettica, oscurando le decine di migliaia che lavorano ogni giorno assumendosi responsabilità anche per noi (è la vera delega!).  I mass media producono un'immagine della politica e poi questa immagine viene demonizzata, in una spirale che alimenta se stessa. Dobbiamo spegnere la TV e scoprire gli steward intorno a noi, e imparare da loro, farci aiutare da loro aiutandoli, per uscire dal numero di coloro che solo "per sé foro", e soprattutto, avere passione, scegliere, perché si commette il male anche quando non si sceglie con la scusa (alibi) di non volersi sporcare le mani. Creiamo piuttosto strumenti di riconoscimento e valorizzazione e premio della responsabilità, guardiamo al nostro vicino,  alla nostra parrocchia, al nostro comprensorio, alle numerose associazioni  di volontariato e cerchiamo di imparare da loro. Non vorrei essere retorico, ma poiché ho cominciato con una reminiscenza religiosa, direi che sono loro i nostri angeli civili di cui dovremmo seguire l'indicazione. Naturalmente anche loro sono pieni di difetti ma sono.... soltanto angeli.





mercoledì 30 gennaio 2013

Società civile, politica e bisogno di stewardship.






Il post del 2 gennaio "Stewardship del territorio" è balzato ai primi posti nelle visite di questo blog e continua a riceverne di ora in ora, superando le 170 in trenta giorni. Un record, tenuto conto del volume complessivo del blog (che peraltro si avvia alle 1000 visite nel corso dell'ultimo mese, forse perché questa impennata ha prodotto un effetto di trascinamento anche su altri post). I casi sono due: o sono tante le persone che amano Rieti e i suoi segreti sotterranei, e il Velino, oppure il tema della stewardship del territorio, o della stewardship in generale suscita un po' di interesse.  O forse entrambe le cose....

Riprendo il tema della stewardship: ci sto lavorando da tempo, ho partecipato alla nascita di una associazione che ad essa e alla sua diffusione si richiama (www.stewardship.it) e, in questi tempi in cui si allarga la consapevolezza che stiamo dando fondo a tutte le riserve fisiche, ambientali, culturali, che avevamo a disposizione, senza saperci arrestare, e di crisi della politica, è un  tema di urgente interesse. Il termine è di uso normale nei paesi anglosassoni ma in Italia suona un po' esotico. Stewardship significa prendersi cura, nel senso non solo della protezione e conservazione ma soprattutto della valorizzazione e parte dal presupposto che questo prendersi cura significa assunzione di responsabilità verso qualcuno. Significa, in poche parole, assumersi la responsabilità degli interessi di qualcuno, in uno spirito di servizio anziché di perseguimento dell'interesse personale e privato: choosing service over self-interest, è il sottotitolo del libro di Peter Block "Stewardship". La società di mercato si alimenta dell'illusione (che a sua volta contribuisce ad alimentare) che se gli individui sono lasciati liberi di perseguire  i loro interessi privati e pongono questi al vertice delle loro emozioni e dei loro calcoli, finisce che si affermerà il benessere di tutti (o della maggioranza possibile). In questa visione c'è poco spazio per la stewardship, così come per il bene comune o lo spirito di servizio. Ma anche l'attribuire allo Stato (e quindi al Governo, ai vertici politici politici e amministrativi) il potere di decidere quale sia il benessere di una società e la direzione dello sviluppo si è rivelato nel corso del novecento causa di rovine e costi umani immani, magari in nome di un'etica superiore che avrebbe dovuto giustificare i sacrifici degli individui: anche qui non c'è spazio alla stewardship. L'attualità della stewardship nasce proprio dal doppio fallimento di queste ideologie e dei sistemi di regolazione e di governo che si basano su di esse.

Non mi piace l'affermazione che il modo per far uscire la politica dal pantano in cui si è immersa bisogna ricorrere alla società civile. La società civile (si intendono chi? i professionisti, gli imprenditori, i professori, i commercianti - si è rinunciato ad intendere agli operai, i lavoratori dipendenti, i contadini - meglio parlare direttamente di "società borghese, no?) non sa di politica e neppure di leggi, perché è di un'altra pasta, perché, svuotate le riserve di quelle ideologie che bene o male nutrivano anche gli ideali, la società civile è diventata solo il fondamentale brodo di coltura degli interessi particolati e delle culture (non ideologie!) che li legittimano. Quelli che scendono o salgono in politica sono o diventano subito maschere di quella mentalità e di quella cultura: egoismo (self interest), riservatezza e (privacy), al massimo, deontologia professionale, che non è la stessa cosa di morale pubblica. L'esplosione della corruzione nella politica è l'effetto dell'entrata della società civile nella politica senza mediazioni e trasformazioni.

Credo nella divisione del lavoro e nella divisione dei poteri, anche perché credo nell'importanza delle competenze, delle esperienze e dei saperi, credo quindi che saper fare politica richieda altrettanta competenza che saper fare l'avvocato, il dottore o il manager ma sia una cosa diversa (vuol dire conoscere la complessità delle istituzioni, gli effetti delle leggi, saper interpretare e mediare gli interessi e tradurli in una visione di cambiamento) ma credo nell'importanza di distinguere tra politica e società civile anche per un'altra ragione, perché mi piacerebbe che la rappresentanza degli interessi non consistesse nel portare le lobbies, cioè la società civile con la sua ideologie e la sua morale, al potere. Mi piacerebbe che, diventato inadeguato un certo modo di selezionare i politici e gli uomini di governo e i dirigenti pubblici e privati, quello dei partiti di massa, per intenderci, con dietro dei grandi movimenti sociali organizzati, si riuscisse di trovare un modo nuovo di fare politica e di formare e selezionare i politici. E' illusorio e pericoloso pensare a scorciatoie, tanto più se queste sono il suffragio universale. Questa è una porta spalancata alla degenerazione  populistica e demagogica della politica. O davvero pensiamo ancora che uno perché si è fatto ricco è candidato ad essere il governante migliore, come molti, troppi , ingenuamente credono?

Una riflessione: si parla del nepotismo e del baronato che inquinerebbe l'Università? Perché non si dice anche che le facoltà più inquinate dal nepotismo e dal baronato sono quelle in cui più pesano gli interessi professionali, cioè medicina e legge? L'etica della società civile non è migliore dell'etica accademica, anzi....

La politica ha bisogno di una rivoluzione nella società civile, di una riscoperta dell'importanza dell'etica nella società civile: nelle professioni, negli affari, nella finanza, nei rapporti di lavoro, nel giornalismo, nelle aule dei tribunali e nell'amministrazione. Non parlo della deontologia, e neppure della legalità: questi sono il minimo, anche se spesso sono violati. Parlo della capacità individuale, delle comunità di pratiche, dei gruppi professionali, di sistema, di compiere scelte e adottare comportamenti basati sui principi di base della stewardship: rispetto degli interessi che si servono, riflessività, apprendimento continuo, trasparenza. valorizzazione,  partnership.

La stewardship è l'etica della società civica, non della cosiddetta società civile.

In una intervista, Falcone rispose al giornalista che gli domandava chi glielo faceva fare: "Soltanto lo spirito di servizio". Dovremmo ancorare il nostro comportamento quotidiano a questo principio e in questo modo trasformare il nostro modo di essere società civile in società civica. Ma non saremmo ancora pronti per "salire in politica", perché quello è un mestiere ancora più difficile.






mercoledì 2 gennaio 2013

Stewardship del territorio

Vista del Velino a Rieti (dal Ponte Romano)



Alla vigilia di Natale sono riuscito a fare una visita che era da molto che mi ripromettevo: Rieti sotterranea. L'appuntamento al "ponte Romano", dove c'è una ventina di persone molte di Leonessa, qualcuna di Rieti stessa, io e Anna unici romani, pronte per il tour. Il biglietto è di 4 euro, una miseria. Bigliettaia e guida è Rita Giovannelli, che come scoprirò è l'ideatrice e l'animatrice del progetto. La visita si è rivelata un triplice viaggio: nello spazio, naturalmente, scendendo al di sotto degli edifici che affiancano via Roma; nel tempo, perché questa discesa ha svelato una storia che  è incorporata nella città, che dal di fuori è possibile solo intuire da labili indizi che un turista frettoloso non può percepire, e nel progetto stesso, nei valori, nell'energia e nella forza che esso esprime. Sono stati tre modi di accendere l'immaginazione, di capire la città e il territorio oltre l'attuale apparenza, di essere contagiati dall'amore per la città  e dalla sua energia. Solo un elemento di questa comprensione della città: dire Rieti vuol dire Salaria, la via consolare che la attraversa, vuol dire Velino, il fiume che forma il principale bacino idrogeologico degli Appennini, ora imbrigliato da dighe (come quelle sul Salto e sul Turano) o condotte di acqua (le sorgenti del Peschiera) che una volta qui formava un grande lago e che costituisce il principale subaffluente del principale affluente del Tevere, il Nera, dopo il salto di 145 metri delle Marmore.  Dire città è dire le sue acque, che possono essere le amiche e le nemiche del territorio. Viaggiare nel sottosuolo di Rieti significa viaggiare dentro questa simbiosi senza romanticismi, perché Rieti non suscita sentimenti romantici con la sua architettura severa, con i suoi bastioni calcarei a strapiombo su quella che una volta era un lago o nei periodi di secca un pantano. La nostra guida ci ha condotto anche dentro il progetto, non senza qualche insofferenza di alcuni visitatore. Questo viaggio è stato reso possibile solo grazie a un impegno appassionato di una persona che ha saputo accenderne tante altre ottenendo i permessi, i finanziamenti (scarsi, ovviamente), la buona volontà che permettessero gli scavi e l'organizzazione del progetto. Questa forma di imprenditorialità turistica capace di attivare l'ambiente e non solo di sfruttarlo, di valorizzare le tracce del passato rivitalizzando la memoria, ridando vita e prospettiva ai luoghi e alle loro popolazioni, tutto questo è "prendersi cura del territorio", un impegno che qualche volta in modo individuale, altre volte in forme più collettive, possiamo chiamare "stewardship del territorio". Quanti sono gli steward del territorio in Italia? Come li aiutiamo, come la società e le istituzioni riescono a valorizzare la loro azione spesso visionaria che non è mai fiammata di un momento ma impegno testardo nel tempo. Perché dire che la ricchezza dell'Italia sono i suoi beni naturali, archeologici, artistici, non basta. Non sono nulla questi "beni" se non trovano il loro steward, individuo o collettività,  che intorno ad essi sappia attivare il calore della memoria, dell'estetica, dell'immaginazione delle popolazioni. Le istituzioni a livello nazionale e a livello locale dovrebbero incentivare questa stewardship di singoli, gruppi e intere popolazioni.
Quante volte la signora Giovannelli, una tra i tanti, sarà stata tentata di arrendersi di fronte all'ottusità della burocrazia e alla ristrettezza di visione di chi detiene le risorse? E da dove ogni volta ha preso la forza di rilanciare, di uscire dalla sua solitudine? Chi grazie a lei ha avuto l'opportunità di dare il proprio contributo alla valorizzazione di una città  al margine delle rotte del turismo di massa e soprattutto di aiutare l'amore e la consapevolezza che la popolazione ha per il proprio territorio? Sarebbe bello raccogliere queste storie di stewardship, aprire  scuole di stewardship dove formare i giovani e innestare queste competenze su altre, aprire le istituzioni al calore di questa stewardship, far crescere le sue competenze, seminare il valore della stewardship condivisa, imparare ad amare e valorizzare il proprio territorio.
Per visitare virtualmente il progetto vedi www.rietidascoprire.it.


 



giovedì 28 giugno 2012

Merito e talenti

In questi giorni, proseguendo con la lettura, ho continuato la riflessione ispiratami dal libro di Hyde sul dono. E nel frattempo seguo il dibattito sul riconoscimento del merito nel sistema scolastico. Vorrei proporre due osservazioni. La prima riguarda la questione del valore inteso come qualità di una persona. Possiamo dire che una persona è di valore, che una persona è un valore, che una persona è dotata, che una persona ha dei talenti (è "talentuosa"), in inglese, poi, una persona dotata si dice una persona "gifted", cioè che ha ricevuto un dono. Tenendo conto che l'espressione persona che ha dei talenti (o di talento o talentuosa) si riferisce alla parabola del vangelo di Matteo  (25, 14-30) in cui un signore affida dei talenti ai suoi servi e li premia, al suo ritorno, sulla base di quanto li hanno saputo valorizzare (magari mettendoli in banca per trarne gli interessi), punendo severamente quel servo che aveva ricevuto un talento e per paura di perderlo lo aveva nascosto sotto terra. 
Ma vorrei concentrarmi sulla differenza/similitudine tra dote e dono (persona dotata e persona "gifted"). Sia la dote che il dono perdono significato se utilizzati come proprietà privata. La dote non era data per essere venduta, ma magari per essere trasmessa alle altre figlie, o per essere utilizzata per la nuova famiglia. Se i beni dati in dote o donati vengono venduti si interrompe il circuito sociale che li rende una forza trasformativa. 
Riconoscere che una persona è gifted significa quindi anche riconoscere una responsabilità di restituzione, di messa in circolo, di valorizzazione, nelle forme che quel dono richiede. I "propri" talenti (competenze?) se non sono ridotti a proprietà privata sono una forza trasformativa e non interrompono il flusso sociale del dono. Nel "merito" vi è una componente gratuita che non è premiabile, ma che anzi impone una responsabilità, una riflessività di restituzione per tenere vivo il dono e quindi il talento nella comunità di riferimento. Questa è la saggezza dietro queste espressioni, che rimanda al concetto di stewardship, cioè anche noi non siamo proprietari dei nostri talenti, essi ci vengono affidati, dobbiamo rispondere di essi. Essi non ci sono affidati per merito, ma per grazia. quindi non dovrebbero essere regolati dal mercato, non sono capitali privati. 
Una altro aspetto è quello del riconoscimento dei meriti come valore. Nelle ricerche sociologiche che ho fatto nel mondo del lavoro emerge con sistematicità che una delle ragioni maggiore di scontento è la mancanza di riconoscimento della propria professionalità e del proprio contributo , che si traduce spesso anche in una continua amarezza, frustrazione,  burn-ut (il significato di burn out - essere bruciati - è la frustrazione che si ha nel vedere frustrato in modo sistematico l'impegno, la motivazione, l'aspetto più delicato e "non pagabile" del proprio lavoro dalle organizzazioni in cui si lavora. Il rischio di burn-out è particolarmente elevato proprio in quei lavori che richiedono una componente "volontaria" di dono impagabile, come l'insegnamento, il lavoro infermieristico e di assistenza, ecc. Ecco, c'è da domandarci perché la nostra società non è abbastanza capace di riconoscere (cioè di valorizzare) il valore del contributo delle persone, ciò che di buono e positivo le persone mettono in moto.  Per quale motivo è così difficile un approccio "appreciative" alle relazioni reciproche? Viviamo in un contesto sociale, lavorativo  e istituzionale che mortifica l'apprezzatività (e quindi non riconosce i contributi degli altri, i loro talenti, i loro gift). Noi spesso non sappiamo ricevere, siamo gelosi dei contributi degli altri, frustriamo il percorso della riconoscenza, o siamo disattenti rispetto a ciò che riceviamo gratuitamente. Riconoscimento del valore delle persone significa essere loro riconoscenti. E quindi anche sentirci in debito nel circuito del dono. Ma abbiamo paura di questo sentirci in debito, abbiamo paura di essere riconoscenti. In questo modo soffochiamo tutti quei germogli di dono e di valorizzazione che spuntano davanti ai nostri piedi ogni momento e finiamo per credere che  essi non ci siano, mentre siamo noi i primi a calpestarli (ma per fortuna spesso sono resistenti come l'erba, non muore se la calpesti, al massimo si piega) o per ucciderli non vedendoli. Imparare a vedere i meriti di ognuno, cioè il valore di ciascuno: è un modo non solo di vedere gli altri ma di valorizzare il circuito complessivo di valorizzazione dei meriti. 
Tutto ciò ha una importante valenza istituzionale, non solo morale e psicologica, anche se questo tema  è oggetto di quella nuova corrente della psicologia che si chiama psicologia positiva, o psicologia del benessere.Tutto ciò infatti ha a che fare con il benessere delle comunità, delle popolazioni, non solo delle relazioni inter individuali o dei singoli individui. 
Segnalo a questo proposito il recente libro di Martin Seligman, Flourish, Free Press, 2012, uno dei principali esponenti americani di questo filone, oltre al contributo, in Europa, della Associazione Reflective Learning International www.rl-international.com e del suo direttore Tony Ghaye. 


giovedì 12 aprile 2012

i nostri pensieri hanno la nostra firma

Negli ultimi tempi ho avuto l'occasione di riflettere a lungo sul tema della responsabilità anche perché il 23 marzo si è tenuto a Roma un convegno sulla Stewardship (che significa responsabilità nei confronti di beni che non ci appartengono e di cui quindi occorre rendere conto) (www.stewardship.it). Quando si parla di responsabilità si pensa alle responsabilità (personale, professionale, economica) nei confronti degli altri. Ma è importante ricordarsi anche di una responsabilità di cui non si parla molto spesso, che è la responsabilità nei confronti dei propri pensieri. Non solo le nostre azioni, ma anche i nostri pensieri portano la nostra firma e influenzano la qualità della nostra vita, di quella di chi ci circonda e del nostro ambiente. Se produciamo pensieri positivi, apprezzativi, di valorizzazione, influiamo positivamente, in modo apprezzativo, sul nostro ambiente. Se abbiamo pensieri negativi, di aggressività, di rancore, influiamo in modo negativo nei confronti del nostro ambiente e quindi anche di noi stessi. Sempre di più capita di sentire persone che raccontano di tanta sofferenza, di una qualità della vita infima, di un imbarbarimento dei comportamenti. Contro tutto questo abbiamo la libera scelta di sentirci responsabili nei confronti dei nostri stessi pensieri, di non diventare rancorosi, di non abbrutirci (o abbruttirci). Non possiamo gestire i nostri pensieri come se fossero solo nostri. Essi non ci appartengono anche se siamo noi stessi a generarli ed hanno la nostra firma. In questo la nostra massima libertà e la nostra massima responsabilità coincidono. Ed è quando tutto questo è più difficile, quando i pensieri negativi ci dominano nei tormentoni quotidiani, quando la "mente scimmia" ci impedisce di ascoltare la voce interiore,la nostra positività, quando il pensiero dominate è assillato dalla sensazione della vulnerabilità che sovrasta quella del nostro valore, che siamo chiamati a questa responsabilità e a questa libertà con maggiore impegno.