domenica 16 settembre 2012

Ancora su scuola, bullismo e Monsieur Lazahr


Mi faccio trascinare dalla discussione, soprattutto extrablog, malgrado avessi detto che essa doveva esserci  dopo aver visto e digerito il film Monsieur Lazhar, per raccontare una piccola esperienza. 
Prima dell'estate mi sono affacciato nel cortile di una scuola elementare modello, per molti versi all'avanguardia, con una forte caratterizzazione multinazionale (e multietnica). Era un momento in cui i bambini non erano ancora chiusi nelle classi. La cosa che mi ha colpito immediatamente sono stati il frastuono, le grida, il movimento frenetico in tutto lo spazio del cortile. L’immagine che mi è venuta alla mente è stata quella di una immensa uccelliera. Questo frastuono era in realtà il prodotto di una infinita moltiplicazione di "giochi", di relazioni tra i bambini, di micro-negoziazioni, di piccoli atti di prepotenza e di pacificazione, di cambiamenti di fronte. Mi accorgo di una scena: una bambina scende dalla macchina e i genitori l'accompagnano al cancello. Un'altra bambina,  chiaramente in attesa,  spicca una corsa dall'altro lato del cortile  a braccia aperte gridando il suo nome. La bambina appena arrivata rimane fredda e impassibile, distoglie lo sguardo, sfugge all'abbraccio, tira dritta. L'altra bambina non si offende, ma ripiega nell’esibizione di giochi di equilibrio su un muretto, apparentemente indifferente, guardando con la coda dell'occhio se riesce ad attirare l'attenzione della sua "amichetta". Sforzi inutili. Naturalmente nessun adulto presidia la dinamica o l’osserva (a parte me che ero lì per caso ). Di nuovo piano lungo su tutto il cortile e poi di nuovo zoomata sulle microsituazioni, e vedo che in ognuna di essere i bambini sono impegnati nel gioco di attirare l'attenzione di questo o di quel compagno o compagna, nello schivare, nel tentativo di prendere la parola (per questo urlano), nel passare da una situazione a un'altra, oppure nell’includere o escludere gli altri dal gioco, nel dare o negare attenzione, in una frenetica attività di relazioni a due, a tre, a quattro.... Gruppi che rimangono costanti, gruppi che si disfano e si ricompongono, bambini che si guardano intorno per comprendere quale può essere la prossima mossa, dove dirigersi. E tutto ciò è riprodotto in modo più strutturato nei giochi, dov’è un continuo "mettersi alla prova", esibirsi, farsi vedere, farsi delle prepotenze, o nascondersi timidi, escludere ed includere o escludersi, rinunciare al confronti per paura o ritegno.  La scuola è primariamente un luogo di relazioni tra i ragazzi in un ambiente  formalmente finalizzato all'apprendimento, in cui gli adulti (insegnanti) devono costantemente conquistare una attenzione, uno spazio, un’autorità che in parte hanno per il ruolo, ma in parte dipende da come sapranno interagire con una dinamica che non possono controllare, ma cui possono (devono) dare delle regole, intrecciandola con un processo (anche) di apprendimento affidandosi poi alle dinamiche spontanee tra i bambini. Credo che questa sia la sostanza vivente della scuola, in cui ogni bambino o bambina porta non solo ciò che è ma ciò che vede fare a casa, ciò che crede si debba fare, le proprie paure e le proprie presunte sicurezze. 
Il film Monsieur Lazahr inizia con un episodio da cui e su cui si sviluppa tutta la vicenda fino alla scena finale: il suicidio di un'insegnante mediante impiccagione. Un suicidio inscenato nell’aula, scoperto (viene inquadrata solo la parte inferiore del corpo) dal bambino incaricato quel giorno a portare  dal magazzino la scatola di cartoni di latte per la classe. Monsieur Lazhar si candida per la sostituzione dell'insegnante e nel film costituisce in qualche modo l’occhio esterno (è algerino, non è neppure stato maestro nel suo paese, è quindi un millantatore, ma è una persona che porta con se una grande sofferenza, un destino da cui cerca di sfuggire) che grazie al suo dolore può interagire con il dolore dei bambini fino ad infrangere le direttive e i vincoli dell’istituzione. Come "gestire" il suicidio dell’insegnante? Questa domanda si lega strettamente a un’altra: perché si è suicidata? Quale è il senso di quella morte per ciascuno dei protagonisti, bambini o adulti? Basta allontanarlo da sé come la psicologa e l'istituzione vorrebbe o non occorre passare attraverso l'esplosione di una catarsi? Non voglio anticipare la fine, giacché il mistero si sviluppa con  tempi e  modi la cui scansione discreta, guidata da una suspense per vie interne dei sentimenti e delle relazioni, è parte integrante della bellezza del film. Posso solo dire che al centro ci sono i complessi e delicatissimi giochi relazionali che si sviluppano tra bambini e tra bambini e maestri, con tutti i dilemmi etici ed emotivi che essi evocano. Sullo sfondo i regolamenti, la deontologia, la vecchia e la nuova pedagogia, il dolore e i dilemmi su come affrontare situazioni “piccole” ma che possono innescare drammatici sviluppi. 
Mi vengono in mente le difficoltà di tutti i tipi che rendono quasi impossibile agli insegnanti agire in modo consapevole: organici insufficienti, classi troppo numerose, difficoltà a sviluppare un lavoro cooperativo, rapporti con le famiglie troppo spesso di incomprensione, supporto istituzionale carente... 
Sono pieno di rispetto per i tanti maestri che ogni giorno riescono ad affrontare queste situazioni, anche quando sono embrionali, in mezzo a tutte queste difficoltà, governando le cose senza dover intervenire ogni momento e solo quando è necessario.  Dell'episodio di Palermo mi rattrista il fatto che se la prof avesse lasciato correre non sarebbe successo niente. I peccati di omissione talvolta sono più gravi dei peccati (o degli errori) che si compiono perché si sbaglia, ma costano meno a chi li compie. 

martedì 11 settembre 2012

Monsieur Lazhar e i dilemmi della Scuola





Sembra che la scuola sia sempre più rappresentato come una angolazione privilegiata da cui osservare problemi, dolori e dilemmi etici di fondo del nostro tempo. Dopo Detachment, è uscito nelle nostre sale cinematografiche Monsieur Lazahr. Come le recensioni hanno messo in evidenza lo stile con cui si trattano i temi in questo film è essenziale, sommesso, mai apodittico, aperto al dubbio. Sempre di più sono convinto che quello che conta nei film non è la trama o le tesi che vengono sostenute, ma ciò che l’estetica complessa e corale del film (la recitazione, la regia, la sceneggiatura, la fotografia, ecc.) lascia allo spettatore e che spesso lo spettatore non sa rappresentare in altro modo che consigliando o non consigliando di andare a vedere un film, senza ridurlo a categorie che gli stanno strette.... Come ogni forma d’arte. Quindi mi permetto di consigliare questo film. Magari di consigliarlo, questo film canadese, oggi che inizia l'anno scolastico da noi in Italia e prima di mettersi a discutere del comportamento caso della prof. Giuseppina Valido di Palermo, cui la Cassazione ha comminato, dopo 5 anni e tre gradi di giudizio, 15 giorni di carcere per la punizione inferta  (scrivere  100 volte "sono deficiente") ad uno studente colto a compiere un grave atto di bullismo nei confronti di un compagno (seconda media). Violento è giudicato il professore per abuso del suo potere disciplinare.  L’Italia come il solito si schiera polarizzandosi a favore dello studente maltrattato o a favore dell’insegnante e tutti hanno ragione, tutti hanno torto. Mi colpisce il comportamento della famiglia del bulletto, mi colpisce l’incapacità della scuola di risolvere il problema al suo interno, mi colpisce che il bulletto (o la sua famiglia?) non sia perseguito per il danno psicologico inferto al compagno (cui si impedisce l’entrata al bagno accusandolo di essere effemminato, all’età di 11 anni!). Insomma un tema da trattare con la delicatezza sofferente di cui dà prova il film Monsieu Lazahr anziché affidarlo alle argomentazioni degli avvocati, alle carte bollate e alle sentenze dei giudici. Quando si arriva a questo punto, forse, qualsiasi decisione è sbagliata se non altro perché 5 anni di processi hanno lasciato senz'altro un segno su tutti i protagonisti, questo è certo. In ogni caso, sommessamente, consiglierei a tutti i protagonisti, ma soprattutto alla famiglia del bulletto, di andare a vedere questo film. E magari, poi, “il dibattito”. 

mercoledì 5 settembre 2012

Il senso del blog


(da www.outdoorblog.it: Mongolfiere a Cingoli)


Cerco di riprendere il filo e il senso di questo blog. Esso è stato uno stimolo a tenere una qualche forma di diario di riflessioni, emozioni, eventi significativi. E’ quindi molto personale. Nello stesso tempo, condivido tutto ciò, rendo tutto ciò “pubblico”. Mi accorgo che, se immagino di condividere i miei pensieri, penso "meglio", cioè produco meglio dei pensieri e mi riesce più facile stabilire tra loro connessioni creative, forse anche perché sono abituato a pensare dialogando, sono un po’ dipendente da questa forma del pensare, che è un po’ anche un rappresentare, un tradurre il mio pensiero e le mie esperienze in parole (trasmesse oralmente o per scritto), immagini, musiche. C’è stato un periodo nella mia vita, in piena adolescenza, che pensavo parlando da solo ad alta voce. Quindi, anche se il blog è un po’ un dialogo a senso unico, con un lettore virtuale che normalmente non si manifesta salvo  attraverso il conto delle visite che risultano dalle statistiche, esso mi aiuta ad unire pensiero e scrittura, riflessione e sua rappresentazione. In questo risiede, in fondo, il mistero della scrittura come potere del pensiero e potere sul pensiero, traduzione del pensiero in emozioni e delle emozioni in pensieri attraverso la scelta delle parole, la costruzione delle frasi, l’elaborazione dei testi....evocazione di immagini e suoni), atto privato e pubblico insieme, come un fare, come disseminare indizi in modo che anche la confessione più spudorata diventi, nella sua forma, pudica. Scrivere è sempre un manifestare, un rivelare, un dire, ma anche un celare, un suggerire, un non dire. Ho scovato recentemente negli scaffali du una libreria storica di Parma il bel saggio di Duccio Demetrio, Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione, RaffaelloCortina Ed., 2011, che parla della passione della scrittura e degli scrittori per diletto (diversi dagli scrittori dilettanti!) e, a mio avviso giustamente, vede nella diffusione dei blog un’espressione della diffusione della passione per la scrittura (del diletto della scrittura) a livello di massa, oltre la cerchia degli addetti ai lavori. 
Mi sembra anche che il blog sia una forma molto democratica e libertaria, o almeno discreta, di condivisione. Non si impone nulla a nessuno, i post sono come piccole mongolfiere che salgono in aria con le loro fiammelle e si snodano seguendo gli inviti del vento, fino a scomparire, o a recarsi altrove. Ma sono anche un filo di ragionamento, delineano una “storia”, un inanellamento, che si può, volendo, ripercorrere all’indietro ricorrendo agli archivi, o seguire lateralmente, affidandosi ai link. Vi sono alcuni vecchi post che risalgono a mesi fa che continuano a ricevere visite. Il blog è anche uno spazio costruito nel tempo ma che può essere letto in modo sinottico.  Leggere e interpretare un blog richiede tempo almeno o forse ancora di più che scriverlo. Per questo è così diverso da facebook, che si presta piuttosto al surf dei sentimenti e delle emozioni. Da parte mia non sempre il percorso è lineare e io stesso mi domando il perché di certe deviazioni e quanto sia giusto lasciare al vento degli avvenimenti o delle letture il potere di orientare il flusso del pensiero. In questi mesi, non dovendo rispondere a nessuna autorità delle mie scelte grazie al mio nuovo stato di pensionato, sono diventato un lettore disordinatamente ed entusiasticamente onnivoro, ma mi accorgo che in questo modo, quando entro in una libreria o scelgo le ordinazioni su Amazon, sono diventato come un rabdomante e mi diverto a scoprire, anche ex post, i criteri, magari inconsci, che hanno guidato le mie scelte. Si crea in tal modo una certa interattività , un dialogo, tra me e gli autori con cui entro in contatto. Ciò crea sempre una qualche  oscillazione tra la stabilità dei miei gusti e delle mie propensioni e le direzioni che prendono i miei pensieri e le mie emozioni sotto la sollecitazione di questi nuovi “amici”, che magari mi spingono ad incontrare altri amici, per link successivi. 
Ora, per esempio, una nuova sollecitazione si è insinuata nella trama di pensieri e di riflessioni di cui ho cercato di parlare nel blog. Casualmente (continua, se vogliamo, il tema misterioso delle coincidenze di cui parlavo nel penultimo post), seguendo le vibrazioni del mio bastoncino da rabdomante, ho scovato e letto in simultanea due libri che non conoscevo, del cui contenuto nulla sapevo e che si sono rivelati entrambi dei libri sul morire e sul sopravvivere (oppure no) all'agonia e alla morte degli amici e delle persone più care. Sono due libri che trasmettono messaggi diversi, anche perché uno dei due parla  del morire all’interno della cornice della dissoluzione delle proprie facoltà fisiche e psichiche e di quelle della propria moglie nella vecchiaia, l'altro del ricordo del morire delle persone care e del loro ripensarle. Sono quindi esperienze diverse,  ma che ci (mi) obbligano a pensare alla morte, o meglio al morire, e che condividono un tipo di esperienza  assolutamente intima del dolore. Il primo libro sono i diari 1984-1989 dello scrittore ungherese Sandor Màrai (L’ultimo dono, Adelphi), il secondo è La Grande Festa, di Dacia Maraini (Rizzoli). La condivisione degli aspetti più intimi di questa esperienza, il difficile superamento del tabù che circonda l'esperienza della morte e del morire e del ricordare oltre la morte il morire delle persone più care e la loro scomparsa, richiede, per essere accettabile, un sovrappiù di sincerità rispetto allo scrivere di cose non protette da un tabù. Contemplo questa coincidenza (aver incontrato contemporaneamente questi due libri) e mi chiedo quale rapporto vi sia con la linea di riflessione sviluppata nel blog: per esempio, con  la "fiducia di fondo": accettare il lutto e il morire sono legati all’accettare la vita? Accettare il morire (il proprio e l’altrui morire) richiede una grande fiducia nella vita, mentre la mancanza della fiducia nella vita costituisce un ostacolo alla nostra capacità di accettare la morte (o anche di pensare e di parlare della morte): l’accettazione della morte costituisce il massimo livello di fiducia di fondo nella vita?). E la rimozione della morte è collegata con una crescente rimozione della vita? Penso che tornerò in uno dei  prossimi blog con maggiore precisione su queste assonanze che i libri di Maraini e di Màrai mi hanno suggerito con il filo conduttore del mio blog. Che rapporto c’è, per esempio, tra l’esperienza del donare e quella del morire? E tra il detachment, di cui ho parlato nell'ultimo post, e il vivere o il morire altrui, o anche i propri? Ho citato questo tema perché queste letture fanno parte del mio diario di questi giorni (è casuale che siano avvenute alla ripresa di settembre, quando mi accingo a pensare al nuovo anno e ai nuovi impegni che liberamente deciderò di  assumermi e in tal modo celebrerò definitivamente il lutto nei confronti di molti affetti, abitudini, "me" precedenti lasciandoli scorrere via, vivendo consapevolmente il principio buddista, ma non solo, dell'impermanenza) e i pensieri e le emozioni che esse mi hanno suscitato sono qualche cosa (un valore) che mi piacerebbe condividere:  ciò che mi piace condividere, più precisamente, è il rapporto tra questi pensieri e queste esperienze e quelle espresse in altri precedenti post e la trama  che sostiene il loro sviluppo, cui assisto con stupore a fianco dei miei lettori virtuali, riscoprendo in questo loro sviluppo ciò che vale per me, che ha sempre valso, anche quando mi distraevo, che ha animato i miei bisogni e i miei valori. Tutto ciò è intimo, individuale, personale, e non avrebbe molto senso condividerlo. Ma il lavoro che questa emersione esprime, questo è un valore che vorrei condividere, giacché mi capita il privilegio di realizzarlo. 

sabato 25 agosto 2012

Detachment








Con ritardo, ho visto, in una saletta semideserta di una multisala romana, il film di Tony Kaye “Detachment”, di cui avevo sentito parlare come di un film sulla crisi della scuola. Non è un film sulla scuola, né sulla sua crisi, e neppure è un film con un facile happy end. E’ una lente di ingrandimento sul dolore che accomuna trasversalmente e nello stesso tempo separa giovani, adulti e vecchi. Il film esibisce una estetica del dolore e della degradazione dove la pietà non è mai facile, perché il dolore cattura, come un gorgo, e risospinge indietro, e tra un dolore e l’altro si erge il muro della stolidità e della invisibilità. Il regista costringe lo spettatore a guardare il dolore e la sua irriducibilità, ma nello stesso tempo, nel momento in cui esso diventa insopportabilmente violento, offre la prospettiva del detachment, della presa di distanza che preserva, anche in condizioni estreme, la possibilità del rispetto, dell’empatia e del perdono, e apre inediti spiragli di contatto e ascolto reciproco. 
Ma Detachment è anche un film sulla scuola, perché non è un caso che per parlare di questo dolore chi ha diretto e sceneggiato questo film abbia scelto il setting della scuola. La scuola è presentata come uno spazio in cui i dolori e i conflitti convergono, collassano gli uni negli altri, e nello stesso tempo, proprio per questo, luogo di continua, rischiosa, quotidiana, tensione tra coinvolgimento, emozioni e detachment.  Insegnanti, assistenti sociali, psicologi, infermieri, medici, sacerdoti....., tutti coloro che per lavoro sono quotidianamente immersi nel dolore altrui e impegnati in relazioni di aiuto, e quindi non possono perdere il contatto neppure con il proprio dolore,  sanno di cosa stiamo parlando, di quali dilemmi parla il film. Ma il film si riferisce alla scuola in senso anche più stretto, perché i modi (le pratiche e le forme) in cui si  affronta il rapporto tra coinvolgimento emotivo, empatia, e detachment, sono diverse. Il film suggerisce che nella scuola questo rapporto si può affrontare perché offre la possibilità di scrivere, di leggere, di pensare e grazie a ciò costringe a guardare in faccia il dolore senza esserne catturati e travolti, lo restituisce e lo trasforma, o almeno questa è la posta in gioco. Leggere e scrivere non sono solo tecniche per imparare a esprimere dei concetti, ma sono anche il modo con cui diventiamo capaci di produrre dei concetti nostri, di resistere all’omologazione prodotta dall’industria dei mass media, e di rendere le nostre emozioni sopportabili (consapevoli), permettendoci di guardare in faccia il dolore che ogni emozione comporta. Nel film sono diversi ma discreti i richiami a questa peculiarità del modo in cui l’insegnare si mette costantemente alla prova nel confine tra coinvolgimento e detachment, e sempre accompagnati dalla consapevolezza che le occasioni di “successo” sono veramente poche e precarie, quasi inesistenti. La sfida riguarda la scuola stessa come istituzione partecipe del potere e degli interessi economici (fondiari) nel territorio. Il protagonista è un supplente che teorizza il suo ruolo di supplente quasi come se questo possa dare una possibile libertà rispetto all’istituzione, come un distacco necessario per poter restare sulla risacca dove il detachment non è ancora indifferenza. E‘ una tesi che spinge il ragionamento all’estremo ma che offre un quadro  di riferimento di attualità, così come i cenni ai movimenti di riforma scolastica negli Stati Uniti. Non più che cenni, che aprono però brecce nelle retoriche dominanti. 
Coincidenze. Quest’estate ho letto un racconto che in modo più leggero si riferiva anch’esso alla scuola: Il professionale, di Ugo Cornia: il suo protagonista è anch’esso un supplente, anche se nella veste del precario, il suo “tema” è anch’esso un detachment, anche se condotto sul filo dell’ironia scanzonata piuttosto che su quello della tragedia e il setting è anch’esso di una scuola "marginale" (IPSIA, ragazzi simpaticamente problematici, ambientato nel mantovano) ma ben diverso dai quartieri degradati dei ghetti americani. Anche qui il tema del detachment è tradotto in uno stile espressivo, una estetica, che permette al dolore (che  è in questo caso solo intuito, ridotto a malessere) di fluire via consentendo sprazzi di comunicazione e magari di empatia: “E’ sempre stato strano e un po’ impossibile  capire veramente che cosa c’è nella testa di un altro, e però per me  è sempre stata anche una delle cose più belle  lo stare a guardare, quando appaiono, alcuni pezzi di quello che tutti i cervelli, continuamente e instancabilmente producono. Allora ti vedi queste sequenzine di parole-pensieri-eccetera che a un certo punto saltano fuori, passano e poi scompaiono.”(p. 66). Mi domando se mettere a confronto il buio e duro mondo di dolore raccontato da Tony Kaye e il nondo scanzonato e apparentemente leggero di Ugo Cornia non possa dirci qualcosa sul detachment e sul coinvolgimento e il modo di affrontare il dolore, o anche il malessere: anche il mondo di Cornia, a ben vedere, non offre molte vie di fuga, ma anch’esso affida alla parola (alle sequenzine di parole-pensieri-eccetera e allo stile narrativo dell’autore) il miracolo dell’equilibrio tra coinvolgimento e detachment. 

Mi domando anche: questa ricerca incessante e sempre incompiuta e rischiosa di un rapporto tra emozioni e coinvolgimento e detachment, cambia significato nelle diverse fasi della vita: nell’infanzia, nell’adolescenza, nella maturità, nella vecchiaia. Essa resuscita costantemente, ripetendosi e riscoprendosi ogni volta come un punto di equilibrio su cui si gioca il nostro essere uomini in generale e in quel particolare periodo della nostra vita. Nasce qui il bisogno che avverto in questo periodo della mia vita - e che esprimo anche con questo blog - di ritrovarmi con la scrittura, luogo di riconciliazione e di separazione, di immaginario e di sincerità, di meditazione personale e di comunicazione, equilibrio tra me e l’altro da me, tra il me permanente e il me che fluisce e lascia andare, tra il dolore (o il malessere) e la gioia (o il benessere)? Desiderio di riconciliarmi con il mio dolore, di ricercare una più precisa esattezza di sentimenti e di espressioni, di ritrovare il mio essere coinvolto nel mondo e insieme un modo diverso di essere in contatto con me stesso.

lunedì 6 agosto 2012

Sentieri e altre coincidenze






Sentieri.


Qualcuno l'ha battezzata "Sentiero della speranza", la mulattiera che sale su dal villaggio di Glassier, oltre Ollomont, dove la strada carrozzabile termina dopo essersi inerpicata del lato destro (orografico) della Val Pelline, che dopo aver superato l'Alpe Pont, porta alla spettacolare Conca di By e sconfina in territorio svizzero, alle pendici del massiccio del Gran Combin con il suo ghiacciaio. Le nostre montagne sono attraversate da sentieri di pastori, o soldati, o contadini, o cortei al seguito delle cacce reali, o mercanti e contabbandieri, oppure anche ribelli, fuorilegge e perseguitati di ogni genere. Sentieri delle comunità o dello Stato, oppure, sentieri di libertà e speranza. Il turista ignaro della loro lunga storia, delle generazioni che nel corso dei secoli li hanno costruiti e curati, li percorre come se fossero stati concepiti per le sue escursioni. Sono le antiche strade, umili monumenti di una geografia che si può conoscere solo con i piedi, ribattezzate con le lettere e i numeri di una cartografia turistica che ne giustifica la moderna economia, quanto basta per non essere cancellate da vegetazione, acqua, valanghe e frane, a spese delle esauste casse dello Stato. Per tramandare tracce di resistenza antinazista e, forse involontariamente, di sconfinamenti ancora più antichi, qualcuno ha battezzato questa mulattiera "Sentiero della speranza" consacrandolo con le parole profetiche e l'auspicio di Emile Chanoux che l'Europa potesse diventare una grande Svizzera, la Svizzera di allora, s'intende, terra di convivenza e di accoglienza, anziché "gigantesco mattatoio" in cui "i deboli sono massacrati solo perché sono deboli e la forza non solo calpesta il diritto ma si fa diritto essa stessa". Mi sono mosso troppo tardi per un percorso che parte tirando e senza ombra, e il sole oggi picchia. Decido di non bruciare questa escursione e di lasciarla per un'altra volta, coltivando la nostalgia dell'attesa.
Torno indietro. Mi fermo ad una locanda con ombrelloni, sdraio e tavoli per mangiare in compagnia. Ho infilato nel mio zaino, come lettura per i momenti di sosta, Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi, ambientato nella Lisbona del 1938, ai tempi della guerra civile spagnola, quando l'Europa era in bilico sull'abisso della seconda guerra mondiale. lo leggo mentre gusto il "tagliere" di formaggi e salumi e un bicchiere di fresca birra bionda.
" Discesero in silenzio l'Avenida da Libertade e arrivarono al Rossio. Pereira scelse un tavolino all'interno, perché fuori, sotto la tenda, faceva troppo caldo". Chi dice che non si possono fare due cose contemporaneamente, magari traendo dalla loro inedita risonanza una irripetibile sensazione? Proprio allora hanno cominciato a scendere discretamente dagli altoparlanti nascosti nella tettoia della locanda gli arpeggi di una chitarra che suona la melodia di un dolcissimo fado. La coincidenza, che viola tutte le leggi della probabilità, mi fa sentire leggero, come se una brezza di provvidenza laica aleggiasse sui prati vasti immersi nel meriggio. Sostiene Pereira. Parlo con la signora che gestisce la locanda. Si chiama Roberta, da poco ha aperto l'esercizio, una scelta di vita. Ha portato questo CD da un viaggio in bici attraverso il Portogallo, con una sua amica. Ragioniamo delle coincidenze, del Portogallo, di Tabucchi, della sua nuova esperienza di locandiera.
Tra poche ore, in Val di Rême, ho appuntamento con una anziana maestra da molto tempo ormai fuori servizio, come si dice. Ha insegnato per trenta anni nei villaggi di queste montagne. È una di quelle donne che rinnovano ogni momento la curiosità, la bellezza e l'entusiasmo, come gli antichi sentieri. Mi siederò accanto a lei e raccoglieró i ricordi, freschi come di ieri, delle sue pluriclassi, di una ragazza ventenne che ha studiato ad Aosta ma è diventata maestra in un villaggio di montagna, di bambini volenterosi abituati a studiare senza smettere di lavorare, di rapporti costruiti sulla creatività e l'entusiasmo, con il sostegno delle famiglie e dei bambini stessi, senza sussidi ed aiuti, o corsi di formazione o di aggiornamento, e senza colleghi con cui scambiarsi le esperienze. Racconti di quotidiano, spensierato, ottimistico, non eroico eroismo. Sentieri, coincidenze, tracce, memorie.
"Forse, nell'imperscrutabile trama degli eventi che gli dèi ci concedono, tutto ciò ha un significato". Sostiene Tabucchi.
Desiderio di comunicare questo sentimento di trame delicate del primo di agosto di cui solo gli dei sanno il significato, di cui sono stato testimone.




venerdì 27 luglio 2012

Suzanne Balguerie chante "Ô malheureuse Iphigénie", de Gluck.

Incontro a Nardò su “Creative Mediation of Conflicts” organizzato da Studio IRIS (Centro di Mediazionee Formazione di Potenza (www.mediazioneiris.com)




E una donna disse: parlaci del dolore. 
E lui disse: Il dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la vostra conoscenza. 
Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi affinché il suo cuore possa esporsi al sole, 
così voi dovete conoscere il dolore. 
E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia per i prodigi quotidiani della vita,
il dolore non vi meraviglierebbe meno della gioia; 
Accogliereste le stagioni del vostro cuore come avreste sempre accolto 
 le stagioni che passano sui campi. 
E vegliereste sereni durante gli inverni del vostro dolore. 
Gran parte del vostro dolore è scelto da voi stessi. 
E’ la pozione amara con la quale il medico che è in voi guarisce il vostro male. 
Quindi confidate in lui e bevete il suo rimedio in serenità e silenzio. 
Poiché la sua mano, benché pesante e rude, è retta dalla tenera mano dell’Invisibile, 
E la coppa che vi porge, nonostante bruci le vostre labbra, 
è stata fatta con la creta che il Vasaio ha bagnato di lacrime sacre. 

Questa poesia di Kahil Gibram (da Il Profeta) potrebbe sintetizzare quello che mi ha dato l’incontro con la mediazione umanistica che ho fatto nel laboratorio Creative Mediation of Conflicts organizzato a Nardò da Studio Iris. La mediazione umanistica considera che il conflitto esprime un dolore. Quindi compito del mediatore umanistico non è semplicemente trovare un accomodamento tra due parti, ma fare in modo che le parti in conflitto accettino di passare attraverso il dolore (il dolore proprio e il dolore dell’altra parte) per “spezzare il guscio che racchiude la loro conoscenza”. Per poter essere facilitatore di mediazione il mediatore deve innanzi tutto conoscere la strada, deve lui stesso capace di guardare al dolore proprio o altrui come una opportunità di conoscenza, accettandolo come si accolgono le stagioni che passano sui campi. Mi viene da sorridere pensando che non accogliamo neppure le stagioni, che quando è freddo ci lamentiamo continuamente del freddo e quando è caldo ci lamentiamo continuamente del caldo. Forse vorremmo vivere nel limbo di una eterna primavera, con uno zefiro costante e profumato, ma anche allora troveremmo modo di lamentarci delle zanzare, delle spine delle rose, del fatto che la sera fa troppo fresco, oppure del polline che ci fa starnutire, perché siamo diventati allergici anche alla primavera. La strada della mediazione è quindi una strada di cambiamento, in cui si accoglie il dolore quando appare, con la consapevolezza che è "il medico che è in noi che ce lo manda "per guarire il male, per farci crescere nella conoscenza nostra e degli altri. Ma per fare questo abbiamo bisogno degli altri e per questo il conflitto va trasformato in dolore condiviso, in incontro (anche se poi dalla strada intrapresa le persone decidono di separarsi, ma dopo essersi “toccate”). Il dolore accettato produce il cambiamento. Dobbiamo accettare il cambiamento, ma per fare questo occorre guardare in faccia la paura, il terrore del cambiamento. Il cambiamento è benvenuto solo se sappiamo controllare la paura del cambiamento. Allora il cambiamento diventa risorsa, ricchezza, opportunità. E la medicina del dolore ha funzionato. Non è un passaggio facile. Abbiamo bisogno degli altri, ma abbiamo bisogno anche di costruire oggetti per stare in rapporto con gli altri, oggetti mediatori. Come Teseo può uccidere la Medusa usando il proprio scudo come specchio, perché se la guardasse direttamente in volto si trasformerebbe in pietra, abbiamo bisogno dello specchio per poter guardare il nostro dolore e mostrarlo agli altri, e inchinarci con grazia e compassione davanti al nostro dolore e al dolore degli altri. Il dolore spesso ci appare inaspettato, imprevisto. Come la gioia, d’altra parte. Quindi per accogliere il dolore, per accogliere il cambiamento, bisogna accogliere l’inaspettato. Come diceva Emerson: “Tutto ciò che sta per arrivare è sacro.” Ma per riconoscere questa sacralità dobbiamo superare gli attaccamenti. Gli attaccamenti ci precludono la disposizione all’accoglienza dell’inaspettato, di “tutto ciò che sta per arrivare”. 
Ho capito che la metodologia della mediazione umanistica deve molto a uno studio profondo della tragedia greca, dell’importanza delle sua scansione in teoria, crisi e catarsi per poter arrivare alla catarsi, intesa come rappresentazione, esplicitazione, riconoscimento delle emozioni e delle passioni mediante una azione drammaturgica. Le tecniche devono anche molto allo psicodramma e alla psicoterapia di Moreno e alle diverse forme di psicoterapia che vengono applicate alle situazioni di conflitto. Tuttavia non sono in grado di dire molto perché sono solo stato ospite di un incontro e non posso rispondere che delle mie impressioni, molto probabilmente parziali e da esterno. Posso solo testimoniare la conferma dell’importanza, in questi percorsi formativi, del gruppo e mi viene in mente la citazione di Moreno quando indica la ragione di questa importanza nel fatto che "L’intervento non è finalizzato solo a produrre un benessere psichico nelle singole persone, ma intende produrre nelle persone un apprendimento a relazionarsi in modo più adeguato con gli altri. Questo apprendimento non può avvenire che in un ambito di gruppo, nel quale si attenua l’Io e si evidenzia l’importanza della relazione, delle identificazioni e dell’incontro con l’altro". Ritengo che questo tipo di percorsi possono svilupparsi a diversi livelli, con accentuazioni diverse e con finalità diverse, richiedono una consapevolezza etica e deontologica basata sulla conoscenza di sé e l’aver imparato innanzi tutto ad essere mediatori con sé stessi, una consapevolezza delle emozioni e la capacità di lasciarle scorrere. Una riflessione importante che Francesca Genzano ha introdotto è inoltre quella del rapporto tra etica ed estetica. Un rapporto che non è esterno ma interno, e che fornisce il legame tra mediazione, accoglimento del dolore e dell’imprevisto, creatività ed etica. Un intreccio su cui è importante lavorare e riflettere. 

Ringrazio di nuovo gli amici di mediazione umanistica che mi hanno accolto con tanto calore a Nardò e spero di poter riuscire ad imparare ancora dalla loro esperienza, così come spero di imparare dalla mia esperienza.